31 lug 2021

Microplastiche e isole di rifiuti

La plastica nei mari è ormai un problema globale, un'emergenza seconda solo al cambiamento climatico. A questa emergenza non a caso è dedicato un intero obiettivo dell’"Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile", precisamente l’obiettivo n° 14, "La vita sott'acqua - Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. 

Nel 2020 durante la pandemia, i lockdown imposti a più riprese nei paesi ad alta industrializzazione hanno mostrato in modo evidente le conseguenze dell'attività antropica: a Venezia l'acqua dei canali è tornata ad essere trasparente, gli avvistamenti di animali selvatici si sono fatti frequenti, talvolta persino nelle grandi città. Una sorta di rivincita della natura offesa. Ma è stato davvero così? Sicuramente la sospensione/riduzione di alcune attività altamente inquinanti (si pensi ai trasporti) ha reso visibile quale sia l'impatto a pieno regime, ma l'inquinamento visibile è solo la punta dell'iceberg. Il problema è gigantesco e richiede interventi urgenti e coordinati. Di questo argomento tratta il libro "Atlante mondiale della zuppa di plastica" curato dallo scienziato e attivista Michiel Roscam Abbing. 

La lettura del saggio causa un certo sgomento appena attenuato dall'allegra grafica colorata: i numeri parlano, anzi gridano! Stiamo avvelenando le acque del pianeta, no anzi, abbiamo già avvelenato gran parte dell'ecosistema e dei viventi che vi abitano, compresi noi stessi, la specie umana. Già perché quanto accade non è un cataclisma naturale ma la conseguenza dell'azione umana: la plastica è entrata nell'ecosistema, dilaga ovunque trasportata dalle acque e produce effetti nefasti. La plastica, frammentata e miniaturizzata, fin oltre la soglia del visibile umano, si trova ormai in ogni angolo del pianeta, anche a enormi distanze rispetto ai luoghi dove per la prima volta ha raggiunto un corso d'acqua. Insomma, un effetto globalizzato

Il mare Mediterraneo non è in buona salute, anche se come superficie equivale a meno del 1% della superficie dei mari nel mondo, come accumulo di rifiuti è al 6° posto. L’Italia è il secondo contributore di plastica nelle acque del Mediterraneo con 34mila tonnellate di rifiuti ogni anno, peggio solo l’Egitto con circa 85mila tonnellate annue. 

A livello planetario ogni anno entrano nei mari da 8 a 12 milioni di tonnellate di rifiuti, fatte le dovute equivalenze significa 380 Kg di rifiuti al secondo, un container da 28 tonnellate ogni minuto e mezzo. 

I rifiuti trasportati dalle correnti hanno formato dei giganteschi aggregati galleggianti, in massima parte plastica. Ci sono sette gigantesche isole di plastica dove si accumulano i rifiuti, la più grande la Great Pacific Garbage Patch, è composta da 3 milioni di tonnellate di rifiuti galleggianti, su una superficie di 700.000 km², quindi più grande della Francia, (secondo molte stime sarebbero persino più grandi). Beninteso, al crocevia delle correnti si può formare una distesa piuttosto grande e ben visibile di rifiuti galleggianti, ma "l'isola" di cui si parla (quella gigantesca, grande molti km²) è piuttosto una velenosa "zuppa di plastica”: il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) si riferisce infatti alla "garbage patch" come un vortice di rifiuti di plastica e di detriti frantumati in piccole particelle nell'oceano. 
La plastica galleggiante corrisponde appena al 1% del totale, il 94% della plastica affonda e il 5% approda sulle coste. Il pericolo maggiore viene dallmicroplastiche che non si vedono ma sono dappertutto, arrivano dai lavaggi dei capi sintetici, dal consumo degli pneumatici, dalla frammentazione delle plastiche più grandi; finiscono in acqua, percorrono km tra laghi e fiumi, fino al mare, poi divenute invisibili vengono inghiottite dai pesci, et voilà... noi ci cibiamo dei pesci.

Siamo ancora in tempo per rimediare? Probabilmente sì ed è una buona notizia. Ma occorre agire rapidamente e insieme. Istituzioni e governi possono e devono fare molto ma la migliore risorsa sta nell'iniziativa individuale, ogni contributo è importante. La consapevolezza è il primo requisito, la cultura, anche scientifica; poi l'azione, occorre agire sui propri comportamenti, sullo stile di vita, sui propri consumi. La parola d'ordine è sostenibilità. Nel libro sono raccolte alcune esperienze concrete e qualche buona pratica. 

Una lettura consigliata per migliorare la propria conoscenza e soprattutto per trovare spunti per agire e contribuire al cambiamento. A tutti noi: bonne chance! 

[Atlante mondiale della zuppa di plastica / Michiel Roscam Abbing / Edizioni Ambiente]


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