01 ott 2015

Inferno bianco in Alaska

Monte Denali (McKinley) 6.194 m. - Alaska
Non molto tempo fa i media hanno nominato questa zona dell'Alaska per la decisione di Obama di riportare il monte McKinley al suo originario nome indiano Denali (che significa cima più alta), ma  al di là della polemica sterile sui diritti di denominazione del senatore McKinley e suoi sodali, questo monte rimane una delle cime più sfidanti per gli scalatori.
Le difficoltà non hanno tanto a che fare con l'altitudine, la vetta è di soli (si fa per dire) 6.194 metri, la vera sfida è data dalle particolari condizioni ambientali: estrema latitudine nord (qui fa freddo anche in basso), vicinanza del mare, esposizione ai venti.

Furono proprio la combinazione diabolica di questi elementi a creare il 18 luglio 1967 una vera e propria tempesta perfetta in quota quando i venti compressi tra i canaloni di roccia e ghiaccio arrivarono a soffiare a 450km/h, condizioni estreme se si pensa cosa può volere dire trovarsi stremati dalla fatica a 6mila metri, esposti al gelo, senza potersi muovere, mentre l'altitudine di suo ha già iniziato a uccidere lentamente con gli edemi polmonari, per il solo fatto di essersi trattenuti troppo tempo in quota, un vero incubo che lascia poche vie d'uscita.
Questo fu esattamente ciò che accadde a una spedizione nell'estate del 1967, la cordata arrivò in vetta in due tempi diversi, ma il secondo gruppo fu investito dalla tempesta poco sotto la cima mentre affrontava la discesa, non ebbero scampo. Il primo gruppo era sceso qualche ora prima e quando si scatenò l'inferno qualcuno tentò eroicamente la risalita per soccorrere amici e colleghi, non poté salvarli ma incredibilmente riuscì a salire e a tornare indietro vivo pur tra mille difficoltà.

La vicenda evidenzia senz'altro come le condizioni precarie dell'epoca sul piano tecnico, dell'organizzazione dei soccorsi, e anche delle dotazioni personali degli scalatori, possono sembrare incredibilmente approssimative ai contemporanei. Una situazione che ha delle analogie con la famigerata parete nord dell'Eiger negli anni precedenti all'avvento dell'elisoccorso e dei materiali speciali (sistemi di localizzazione, telefoni satellitari, corde speciali, verricelli, abbigliamento termico, etc.).  Niente magie tecnologiche, in quel disorientante gelido turbine bianco solo l'incrollabile forza di volontà poté sorreggere i sopravvissuti fino alla salvezza.

Sia pur nella tragedia l'impresa fu senz'altro straordinaria, un impari confronto uomo e natura.

Il libro ricostruisce gli eventi con accuratezza, l'autore è il figlio dell’allora direttore del Denali National Park. Dal minuzioso incrocio delle registrazioni delle comunicazioni radio, dei resoconti meteo e delle testimonianze dirette raccolte dall'autore, emerge il coraggio di scalatori e soccorritori impegnati in una lotta con una una tempesta dalla violenza straordinaria, assolutamente senza precedenti.







Nessun commento:

Posta un commento