07 gen 2013

Truffare una banca… che piacere! - di Augusto “Chacho” Andrés


Dopo un 2012 bisesto fatto di sobrietà e rigore, ma sempre e soltanto sulla pelle dei più deboli, questa raccolta delle gesta dei resistenti uruguayani nei decenni ’60 e ’70 potrà essere una lettura distensiva, irriverente e persino divertente.
Certo i fatti narrati non sono così edificanti (rapine, furti, detenzione) e lo sfondo su cui si realizzano le azioni dei comunisti e sopratutto degli anarchici del FAU (Federazione Anarchica Uruguayana) è tutt’altro che divertente (la dittatura, le retate, le torture, le esecuzioni, i desaparecidos), tuttavia ad alleggerire il climax della narrazione è lo sfrontata foga libertaria, la leggerezza con cui davanti agli orrori della dittatura e della miseria sia possibile reagire con azioni al limite tra incoscienza e noncuranza, spinti da ideali libertari e spirito di fratellanza fino a sconfinare nell’apologia di reati comuni trasfigurati in rappresaglie di popolo e atti di giustizia.

Non che si possa paragonare la situazione attuale italiana con la dittatura omicida dell’Uruguay di quegli anni bui, e pure tuttavia non mancano sinistre corrispondenze: l’instaurazione di ministri tecnici senza elezioni, la progressiva distruzione dei diritti dei lavoratori (in nome di una fantomatica difesa dei mercati), l’iniquità delle tassazioni, la privatizzazione progressiva di tutti i servizi fondamentali (scuola, sanità, pensioni),  l’innalzamento delle ore di lavoro e la diminuzione degli stipendi, la precarizzazione come leva di ricatto, la guerra tra poveri che non arrivano a fine mese, etc. 

Da questo punto di vista si tratta di una lettura “liberatoria” che offre anche spunti di riflessione per l’Italia dei professori/banchieri che salvano la propria élite di appartenenza scaricando tutti i sacrifici sui più deboli in  nome di un liberismo friedmaniano che come la storia insegna, tutto dove è stato applicato, ha prodotto l’aumento delle disparità, il blocco della mobilità sociale e il conseguente esplodere delle tensioni interne (con tutti gli errori e orrori che ne sono sempre seguiti).

Non si tratta di una ricetta e come già detto le condizioni del contesto sono diverse ma vale la pena di rilevare le troppe affinità tra la strategia della spending review italiana (compresa la riforma del lavoro e delle pensioni) e le politiche sciagurate uruguayane che portarono agli scontri di cui si narra nel libro.

Un sorriso non potrà che affiorare davanti all’anarchica leggerezza con cui, benché privi di un piano di azione complessivo, questi rivoluzionari libertari affrontavano una vita di clandestinità e rapine adducendo per sé giustificazioni affatto complesse   (quando le banche falliscono i risparmiatori sono rovinati ma i banchieri fanno i ministri, quindi derubare una banca non è un delitto) e finalità molto terrene (sbarcare il lunario per un po’, almeno fino alla prossima rapina).

Alla fine del libro malgrado si sia letto di uno dei periodi più bui dell’Uruguay quel che resta è un senso di libertà, autentica e non schiava di obiettivi strategici o sistemici (tipo instaurare una nuova forma di governo). Nei racconti degli anarchici Uruguayani e dalle loro gesta si respira l’euforia caotica dell’anarchia, quello sberleffo delle regole, la trasgressione del limite (perché ogni limite è costrizione e prigione) che può far dire con una risata “Truffare una banca… che piacere!”.

[ Truffare una banca… che piacere! / Augusto “Chacho” Andrés / Zero in condotta ]

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