14 gen 2013

Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo - di Emmanuel Levinas

Emmanuel Levinas

Il principale motivo di interesse per questo saggio di Levinas è che sia stato pubblicato nel 1934, ovvero prima che Hitler desse il via alla “soluzione finale”, prima della guerra e prima dell’invasione della Polonia. Si tratta quindi di un’analisi che non può risentire del senno di poi e perciò offre più di un motivo di interesse.

Per prima cosa occorre dire che il termine "filosofia" associato a "hitlerismo" è assolutamente incongruo, niente è più lontano dal “pensiero” che la rozza ideologia hitleriana. Levinas nè è pienamente consapevole e il saggio analizza l’emergere dell’hitlerismo come un accadimento storico.  
L’hitlerismo è rudimentale, intellettualmente povero, contraddittorio e già chiaramente antiumano; un “fenomeno” che secondo Levinas, pur non avendo nulla a che fare con il “pensiero” (e quindi con la filosofia),  può essere inteso come “il risveglio di sentimenti elementari” di cui rischia di fungere da catalizzatore. Una circostanza questa che le poderose filosofie alte non solo non sono attrezzate ad arginare ma persino in una certa misura rischiano di fornire quasi una premessa (sia pure come devianza). Da qui la critica ad Heidegger, in generale il pensiero occidentale separa lo spirito (o la mente) dal corpo, e proprio in questo allontanamento opera l’emancipazione, viceversa la prospettiva del pensiero epocale (rif. Heidegger) rimanda ad una riappropriazione di appartenenza, l’essere gettato (il qui e ora) comporta un orientamento che attiene al contesto e ai rapporti, in questo senso ogni percorso è in una certa misura già scritto e la liberazione è piuttosto la migliore adesione al proprio destino, l’adesione a un compito storico, farsi strumento dell’essere. 
L’hitlerismo in qualche modo sia pur nella rozzezza delle sue affermazioni propugna una delirante adesione ai propri istinti più profondi assieme alla affermazione di sé come espressione di una tradizione, di una appartenenza ove ogni separazione spirito corpo è menzogna, da qui la necessità di un principio di individuazione di autenticità che non può che trovarsi che nella consanguineità, quindi come scrive Levinas “allora se la razza non esiste, bisogna inventarla.”.  Il razzismo però non è universale per definizione e infatti avanza la sua pretesa di universalità trasfigurandola in idea di espansione (e aggressione). L’espansione è esercizio della forza, e tale forza non si esaurisce con l’espansione bensì si conserva e anzi si rende più aggressiva, in questo senso conclude Levinas il razzismo non è un ideologia in competizione con altre, su questo o quell’altro punto: essa è guerra e conquista. In gioco non è una una visione del mondo ma l’umanità stessa.

Una lettura interessante per la quale non si può che ringraziare Quodlibet che offre la prima edizione in italiano di questo saggio. 

Il volume comprende anche la prefazione scritta da Levinas nel 1990 in occasione di una ristampa nella quale rivendica l’intuizione del saggio del 1934 che non considera l’hitlerismo una semplice “contingente anomalia” quanto piuttosto un possibile esito in termini di “male elementale” rispetto al quale il pensiero alto del ‘900 non si era sufficientemente assicurato.
Infine il volume si completa di un interessante saggio di Miguel Abensour dal titolo “Il male elementale” dove ripercorre il pensiero di Levinas e si sforza di illuminare le precognizioni del saggio del 1934 alla luce delle opere successive del filosofo francese.  

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