10 set 2012

Dispositivi totalizzanti nelle grandi aziende della distribuzione

Incatenate alle casse...
Molti ricorderanno il caso di una cassiera di una nota catena di supermarket a cui, malgrado le ripetute richieste di potere andare in bagno, era stato comunque impedito di allontanarsi dalla cassa: fece qualche breve rumore sui media poi nulla più, eppure si trattava e si tratta della classica punta dell’iceberg che riguarda l’intero settore della grande distribuzione, un particolare settore composto di grandi aziende che a un certo punto (alcuni lustri fa, in piena fase post ideologica) hanno dato il via a una inequivocabile strategia di elusione ed erosione dei diritti sindacali mediante tattiche differenziate, intimidazioni, violazioni, soprusi, ricatti sull’occupazione, ma anche e sopratutto l’insediamento di un codice di comportamento non scritto rispetto al quale sono esercitate enormi pressioni sui dipendenti, chi è più realista del re sopravvive, se invece resiste è destinato a capitolare.
In questo agile saggio si ripercorrono le testimonianze rese sul tema da lavoratori/lavoratrici ed ex lavoratori/lavoratrici italiane del settore. 

Questo studio del 2002 esplora un fenomeno preoccupante tanto più illuminante oggi a dieci anni di distanza, per l’ulteriore radicalizzazione delle pressioni subite dai lavoratori, l’emergenza del precariato e l’esplosione della disoccupazione. 
Chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto e sembra non esserci fine ai sacrifici e ai soprusi cui la maggior parte è disposta a piegarsi, tentando di resistere, al limite delle proprie capacità. 

In qualche modo emerge dalle testimonianze il tema della scarsa consapevolezza del proprio peso, come massa, della classe lavoratrice ormai tristemente ridotta da gruppo a semplice insieme di unità, moltitudini di individui soli e non solidali, repressi e timorati, tenacemente attaccati alle minime concessioni che dovrebbero essere semmai minima parte di diritti incontestabili. 
La disunità tra i lavoratori, l’individualismo, la paura, la tendenza ad adattarsi, a piegarsi al limite della sopportazione, per sopravvivere; e per altro verso, per una parte di essi, il cinismo, la spregiudicatezza, la tendenza all’abuso, alla delazione, alla prevaricazione, al profitto a spese altrui, etc., solo per fare un giorno forse parte dell’élite (termine qualitativamente incongruo) aziendale;  tutto questo non è una conseguenza dei tempi in cui viviamo, non è la crisi finanziaria (del resto lo studio risale al 2002), e neppure la crescente disoccupazione che crea le condizioni di questa situazione, semmai le aggrava perché toglie speranze e prospettive aprendo una breccia che l’azienda saprà cogliere per elevare le pretese e ridurre il contraccambio, a tutti i livelli. 

L’azienda totale del titolo è il risultato dei tratti più comuni emersi dalle testimonianze, è il complesso dei dispositivi totalizzanti  che sono generalmente messi in atto nel settore della grande distribuzione come mezzo finalizzato alla creazione di un climax, anzi di un vissuto emozionale nei lavoratori, che non solo li renda docili a  richieste sempre crescenti a fronte di nulla (straordinari, turni, orari flessibili, mansioni variabili al ribasso; il tutto senza preavviso e senza contrappesi economici o d’altra natura).

Analogie con i regimi carcerari
Il termine “totale” indica la vocazione “totalitaria” delle dinamiche aziendali che inglobano e tendono a fare diventare il momento del lavoro la sola cosa che conta, tutto il resto, personalità, famiglia, amici e relazioni, persino sogni e aspirazioni devono sottomettersi in una sorta di impossibile amor fati “ad aziendam”. Qualunque sacrificio è semplicemente “dovuto”, ma non è neppure il prezzo di un futuro migliore, semmai è l’estremo tentativo di difesa dallo spettro di un ulteriore peggioramento della qualità di vita. L’azienda (“totale” appunto) assorbe ogni disponibilità ed è la sola priorità concessa. Le analogie che purtroppo emergono in questo studio tra alcuni dei tratti totalizzanti di un regime autoritario e di un ambiente costrittivo (sia esso un regime politico autoritario, una prigione o un manicomio) sono tristemente numerose e calzanti. Persino i disturbi fisici e psichici che ne conseguono sono i medesimi.

Lo studio non offre ricette né soluzioni, lo si può piuttosto considerare un contributo alla comprensione di una situazione di fatto, rispetto alla quale non si può restare indifferenti. 
Il lettore apprezzerà l’apparato di note e i vari riferimenti filosofici (i “non luoghi” di Augé), storici (le stravolte dinamiche sociali nei campi di prigionia), scientifici (il celebre esperimento di Stanford, condotto da Zimbardo) e molti altri spunti davvero interessanti.

Una lettura non solo interessante ma anche utile: dopo sarà più facile riconoscere le dinamiche totalizzanti e coercitive che ormai imperversano a tutti i livelli (e non solo nelle aziende), sottovalutate o peggio accolte con fatalismo. 
Un mondo più umano è possibile, è bene ricordarlo, ma non è dato naturalmente. 
Editore
La vigilanza e la conoscenza sono senz’altro la migliore forma di resistenza e persino di lotta.

Da un piccolo editore, un piccolo-grande libro, denso di spunti interessanti.

Consigliatissimo

  
[ L’azienda totale / a cura di R. Curcio / Sensibili alle foglie ]

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