27 giu 2012

La donna ideale (Manuale teorico pratico 1957)

Nulla a che vedere con il romanzo di Ira Levin (The Stepford wives - tit. italiano La fabbrica delle mogli), questo volume che ho trovato su una bancarella è un’edizione fuori commercio del 1957 di Aldo Palazzi Editore.
Il titolo completo dice già molto di quanto si può trovare tra le sue oltre trecento pagine: “La donna ideale ...bella allo specchio …brava in cucina”. Sarebbe un perfetto titolo satirico, stile Amurri, se non fosse che purtroppo nelle intenzioni degli autori il libro si vuole terribilmente serioso.

Vale la lettura esclusivamente quale esempio della peggiore retorica maschilista, una sequela di stereotipi insopportabili ma a ben vedere in parte ancora presenti neppure troppo sottobosco.
Il tono paternalista con cui il testo si rivolge alle donne come se si trattasse di curiose bestioline, limitate e superficiali, che al massimo si può cercare di addomesticare affinché si curino nell’aspetto, stiano composte, sottomesse e naturalmente siano servizievoli e si occupino della casa; al confronto un barboncino è meno imbarazzante e si può sperare che impari di più.

A cosa potrà mai servire una donna se non sa cucinare? Ecco allora che circa metà del “manuale” si compone di ricette complete di irritanti suggerimenti su quando fare che cosa, come presentarlo, etc. Un ampia collezione di foto arricchisce il volume se possibile peggiorando ancora le cose, le didascalie che le commentano raggiungo vette di assurdità tali da nauseare per l’indignazione.

Come dicevo una lettura sicuramente istruttiva, ma non condivisibile, che può aiutare a comprendere come sia possibile che ancora nel 2012 la nostra povera Italia sia così terribilmente arretrata quanto a parità tra i sessi.
Da notare che il destinatario di questo assurdo manuale sono le donne, quasi che una sindrome di Stoccolma ante litteram impedisse alle vittime di un tale trattamento di riconoscere l’assurdità di tali modelli comportamentali. 

Letto con occhio cinico il libro è involontariamente comico, esplosivamente divertente, genere vaudville; ma è triste pensare che non solo in passato (il libro è del 1957, non secoli fa), ma persino oggi, ci possa essere anche solo una persona capace di condividerne le tesi.

Se ne consiglia la lettura “critica”, dopo potrebbe essere salubre compensare con qualcosa di segno opposto, per esempio “Turks fruit” (tit. italiano Olga la rossa) di Jan Wolkers.

  [ La donna ideale / Tedeschi, Véronique / Aldo Palazzi Editore]

24 giu 2012

Franz Kafka / Orson Welles: il processo - a cura di Cimmino, Dottorini, Pangaro


Perkins in The Trial  by Orson Welles
“Il processo” (pubblicato postumo nel 1925) è forse il più simbolicamente potente dei romanzi (tutti incompiuti) di Franz Kafka, non altrettanto si può dire della interpretazione cinematografica che nel 1962 ne fece Orson Wells della cui produzione non rappresenta certo l’apice e che tuttavia rimane irresistibilmente interessante, più per le distanze che non per le affinità con il testo kafkiano.
Questo agile volume raccoglie numerosi brevi saggi (tra questi anche uno di Michael Lowy) che scandagliano la relazione tra la versione cinematografica e il testo originale approcciando la questione da punti di vista ogni volta diversi. In un caso si fa anche un breve accenno anche alla versione cinematografica di Soderbergh. 

Come appassionato di Kafka ho trovato la raccolta assolutamente interessante, avevo inevitabilmente visto sia la versione cinematografica di Welles (fantastiche le inquadrature e i giochi di luce) sia quella di Soderbergh (si perde nelle parti a colori) e devo dire che condivido una buona parte delle critiche contenute nei vari saggi del volume. Il punto però non è quanto il film mal traduca il libro quanto piuttosto se sia possibile trasporre la particolare poetica kafkiana su un mezzo tanto diverso: a mio avviso no. Il che ovviamente non significa che a entrambi i film manchino meriti, piuttosto bisogna considerarli altro da Kafka.

Orson Welles
“Il processo” in entrambe le versioni, romanzo e film, è una potente sorgente d’immaginazione. L’apparente vicinanza al testo di alcune delle sequenze di Welles (si pensi alla scena del fustigatore, l’inseguimento nelle soffitte del tribunale  o ancora il surreale colloquio ai piedi del letto dell’avvocato) delinea in realtà una poetica del tutto diversa, quasi opposta. Non a caso Welles muta significativamente alcune battute del protagonista, ne cambia il carattere, il film è un’interpretazione anche un po’ forzosa, ben al di là dell’atmosfera del testo. Il celebre racconto “Davanti alla legge” inserito da Kafka ne “Il processo” viene da Welles anticipato e letto integralmente come incipit del film, ed è questa forse l’unica fedeltà al testo che Welles si concede, per il resto come in tutti i suoi film, a troneggiare sulla pellicola è Welles stesso con la sua ingombrante personalità. L’interpretazione di K. resa da Anthony Perkins (che già lottava per togliersi di dosso il personaggio interpretato in Psyco) è ottima, ma non ha nulla del mood kafkiano, lo stesso vale per Romy Shneider nella parte di Leni. 
Franz Kafka

Gli appassionati non troveranno Kafka nel film di Welles quanto piuttosto Welles calato nell’immaginario kafkiano. 
Vi è una sorta di intraducibilità dei sottesi e delle suggestioni che i diversi mezzi utilizzano e suggeriscono, la curvatura interpretativa se applicata a Kafka è sicuramente inevitabile ma ciò non significa che non sia proficua, anzi. Il punto semmai è che porta altrove, inutile cercare Kafka in una sua impossibile trasposizione.
La ricchezza di informazioni, dettagli, curiosità e punti di vista alternativi è la vera forza di questo libro che consiglio tanto ai fan di Kafka quanto a quelli di Welles. Per entrambi se non lo avete ancora fatto procuratevi una copia del libro e del film e godeteveli.

[ Franz Kafka - Orson Welles: il processo / Aa.Vv / Rubettino ]

21 giu 2012

The blue moment - di Richard Williams

Miles Davis
Non sono un esperto conoscitore della musica jazz ma la ascolto volentieri e qualche volta strimpello qualcosa sulla chitarra, tra i miei preferiti sicuramente alcuni esponenti del jazz caldo (Charlie Parker, Charlie Christian, Django Reinhard). Dove be bop e swing sono azione, ballo e frenesia, il jazz freddo è emozioni e riflessione, un’ascolto empatico e cerebrale insieme, eseguito alla chitarra poi (negli stretti limiti delle mie capacità) è un rilassante intermezzo sulla Les Paul dopo una sudata sulla Stratocaster con Hendrix e Led Zeppelin.

"Kind of Blue" di Miles Davis è uno dei pochi dischi jazz di cui oltre a riconoscere i pezzi so collegare i nomi, i brani sono tutti belli, tra tutti forse i miei preferiti sono Blue in green e Flamenco Sketches. Una mattina li ascoltavo in cuffia mentre nuotavo in piscina, un’esperienza estraniante. All blues e So what non sono da meno ma di questi ho in mente sopratutto altre versioni: Kenny Burrell, George Benson, Wes Montgomery, etc.

Il libro di Williams a tratti è forse fin troppo esoterico quando si inoltra in considerazioni tecniche sulle composizioni ma il discorso è agevole e interessante anche per chi come me non ha competenze così specifiche, una storia dell’influenza dell’album di Miles, delle sue premesse e sopratutto della vasta influenza che ha generato, come recita il sottotitolo del libro: come Kind of Blue ha cambiato la musica
Una piacevolissima digressione sulla così detta musica blu, un punto di svolta netto e gravido di conseguenze, se Hegel avesse ascoltato il jazz, su Kind of Blue avrebbe potuto probabilmente dire “lo spirito nel mondo in un disco”.

- Curiosità
Per un buon ascolto consiglio il doppio cd “Kind of Blue [50th Anniversary Collector's Edition]” completo di “studio sequence”, “alternate takes” e “false start”.
Mettete il disco in loop mentre leggete il libro…

[ The blue moment / Richard Williams / Il Saggiatore ]

06 giu 2012

Alfred Hitchcock presenta…


Alfred Hitchcock
Il faccione sornione di Alfred Hitchcock della prima pagina mi guardava dalla bancarella dove ho pescato questo piccolo volumetto, con la memoria sono andato a quando ero bambino e alla tv in bianco e nero dove di tanto in tanto poco prima di cena compariva questo buffo signore accompagnato da una musichetta riconoscibilissima che poi sfumava in un profilo stilizzato che lo ritraeva.
Hitchcock inscenava piccoli sketches comici ad apertura e chiusura di ogni puntata; gli episodi erano brevi storie di crimini che celavano sempre un colpo di scena sorprendente. 
Il libro raccoglie alcune di questi noir, brevi ma fulminanti, spesso dallo humor amaro e dal finale a sorpresa. Della raccolta con contributi di vari autori, ho apprezzato in particolare  il racconto “Piano 19” del mitico Jack Ritchie, autore di moltissimi racconti tanto brevi quanto geniali, molti dei quali hanno fornito materiale per la serie televisiva “Alfred Hitchcock presenta”.
La raccolta è stata pubblicata per la prima volta nel 1971 in America, in Italia dal 1974, fa riferimento alla prima serie di telefilm “Hitchcock presenta” prodotti tra il 1955 e il 1962.
Un briciolo di malinconia in salsa noir.

[ Alfred Hitchcock presenta - Sei piccole bare / AA.VV / Feltrinelli ]

03 giu 2012

Tenente Bravo - di Juan Marsé


Juan Marsé
Il tenente Bravo è impaziente di dare inizio all’esercitazione delle reclute con il cavallo ginnico. Poco importa se lo strumento non è nuovo e forse neppure specificatamente pensato per la ginnastica, finalmente è arrivato, è un cavallo di legno e servirà egregiamente allo scopo.
Sveglia all’alba e tutti i soldati in fila, il tenente Bravo illustra la situazione: farà il primo salto d’esempio poi i soldati dovranno cimentarsi ad imitarlo. Il primo tentativo fallisce e così ha inizio una sequenza inesorabile e sfortunata, fatta di contusioni e abrasioni, le più brucianti delle quali sono quelle inflitte all’orgoglio del tenente, fino all’inevitabile epilogo con il trasporto in infermeria. La novella nata da un racconto orale, sbeffeggia il mal riposto senso dell’ordine e dell’onore tipico di un certo fascismo culturale, condannando il tenente Bravo a prendere contatto (in senso fisico e doloroso) contro la dura realtà che nessuna ridicola presunzione del “me ne frego” può cancellare. 
Il racconto è la versione rielaborata dall’autore di questa sorta di barzelletta che lui stesso aveva inventato e raccontato agli amici per anni, e che nel tempo si era arricchita di elementi vari. Il lettore più attento potrà rintracciare alcuni elementi secondari, ma non casuali, che concorrono a rendere la satira ancor più pungente (ad esempio, la dedica sul cavallo che allude ad un contrappasso per l’omofobia latente nell’esercito).
Il volume contiene anche un secondo racconto su di un’auto davvero speciale, che merita senz’altro la lettura.
Lo spagnolo Juan Marsé è sempre una gradita conferma.

[ Tenente Bravo / Juan Marsé / Nottetempo ]