31 mag 2011

Assassini di sbirri - di Frédéric H. Fajardie

Frédéric H. Fajardie
Il libro è un noir ambientato in una Parigi anni ’70, il protagonista un disincantato e colto commissario di origini italiane indaga su una serie di efferatissimi omicidi rituali (e dalla complessa simbologia) ai danni dei rappresentanti della giustizia (poliziotti, magistrati, politici). Malgrado la bassa macelleria degli assassinii il vero orrore è il quadro sociale che emerge, fatto di emarginazione e soprusi; la descrizione della polizia (e in generale delle emanazioni dello Stato) poi è desolante: corruzione, cattiva coscienza, violenza gratuita, abuso di potere, fascismo strisciante. 
Il protagonista prova maggiore empatia per i diseredati, per le vittime del sistema, piuttosto che per i colleghi alfieri dell’ordine, in un certo senso vive un conflitto interiore. Sarà proprio questa sensibilità umana a guidarlo verso la soluzione dei delitti che appunto hanno un obiettivo politico, innescare la rivolta. Senza capire davvero cosa sta succedendo le forze dell’ordine (che non sono esattamente i buoni) faranno comunque progressi avvicinandosi agli assassini fino a chiuderne l’avventura nel sangue.
La trama è dichiaratamente una rivisitazione contemporanea (e molto libera) dell’Orestea di Eschilo, di qui il simbolismo rituale dei delitti. La vendetta, audace, implacabile, violenta, è il tema conduttore del libro. Violenza reclama altra violenza, non c’è scampo. Qua e là qualche spunto umoristico interviene di tanto in tanto a spezzare il climax. 
La chiave di tutto è ben sintetizzata verso la fine del romanzo quando uno degli assassini in fuga e ormai braccato sta ripensando agli omicidi commessi: “aveva la sensazione che la miseria gli sarebbe rimasta appiccicata alla pelle fino all’ultimo respiro. Avevano ceduto al gusto dello spettacolo, alla voglia di dare un esempio. Bisognava pur cominciare... Altri si sarebbero ribellati” (come in “Tupamaros a Berlino Ovest”).
Leggendo questo libro non ho potuto fare a meno di pensare alla serie del commissario Martin Beck scritta negli anni ‘60 e ’70 dai coniugi svedesi Maj Sjöwall e Per Wahlöö (che consiglio sicuramente). Malgrado le differenze, molto lontano dalle tinte forti quasi pulp di Fajardie, in entrambi i casi l’elemento principale è la critica sociale, la società iniqua e una desolante polizia fascistoide, disorganizzata, ottusa, presuntuosa, assurdamente violenta e guidata da infami pregiudizi, che rendono la macchina della giustizia un girone dantesco da cui si sente il bisogno di scappare. Certo in entrambi i casi i protagonisti, seppur come pesci fuor d’acqua, rappresentano la buona coscienza dell’intera categoria.
Fajardie
L’autore Fajardie (1947-2008) attivista politico, scrittore e sceneggiatore, insieme a Manchette e Vautrin, è uno dei creatori del genere Neo-polar ovvero per usare le parole di Jean-Patrick Manchette “Polar vuol dire romanzo noir violento” “Mentre il romanzo a enigma di scuola inglese vede il male nella natura umana, il polar vede il male nell'attuale organizzazione sociale. Un polar parla di un mondo che ha perso il suo equilibrio e che quindi è labile, destinato ad andare in rovina e a scomparire. Il polar è la letteratura della crisi”. 
“Tueurs de flics” scritto nel 1975 e pubblicato la prima volta nel ’79 è li primo libro della serie noir che ha come protagonista il commissario Tonio Padovani. Alla prima edizione in lingua italiana (2011) il libro è corredato di utili note ad opera del traduttore (Giovanni Zucca) che aiutano a inquadrare il contesto culturale della Parigi anni ’70 guidando il lettore tra allusioni e riferimenti politici e di cultura popolare che altrimenti rischierebbero di andare perduti (ho davvero apprezzato la cosa). L’editore Aìsara ha già annunciato la prossima pubblicazione del secondo libro della serie, attendo impaziente. 
[ Assassini di sbirri / Frédéric H. Fajardie / Aìsara ]


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