10 apr 2022

This is the end

Guido Morselli
(1912-1973)

Un libro breve ma intenso. Un incedere turbinante, che accarezza la follia come in una danza sincopata. 

Nel romanzo il protagonista testimonia la decisione assunta di suicidarsi, il momento è giunto, al culmine di un periodo di autoisolamento da un mondo che gli è ormai estraneo e insopportabile. Quindi accade l’impossibile: la rinuncia al momento decisivo e lui è ancora tra i vivi, ma si scopre l’unico sopravvissuto, solo. Il resto dell’umanità nel frattempo (contestualmente) è misteriosamente scomparsa lasciando spazio alla natura che inesorabile riconquista il proprio spazio crudelmente sottrattogli dall’irresponsabile agire umano. 

È questa la “Dissipatio H.G.” del titolo, ovvero l’evaporazione del genere umano (Humani Generis), un evento apocalittico ma incruento, niente cataclismi, l’intera umanità è d’un tratto scomparsa lasciando tutto il resto intatto. In questa solitudine si aggira il protagonista, sopravvissuto alla determinazione di suicidarsi; ne seguono riflessioni rapsodiche profonde, disperati tentativi di razionalizzazione, testimonianze del disagio incontenibile, infarcite di molteplici riferimenti culturali alti e rimandi alla biografia autentica dell’autore. La critica per un mondo che non è mai stato veramente tale, il senso di estraneità, l’ansia, l’accettazione, la decisione ultima (e ultimativa) e infine la liberazione. 

Una sorta di rielaborazione letteraria di un diario interiore del processo di estraniamento che porterà di lì a poco l’autore del libro a mettere in pratica il proposito suicidiario qui anticipato. Una discesa nel Maelstrom di una mente brillante, insieme disperata e determinata a fare appello a una vasta cultura, alla ricerca di un significato, di un senso, di un motivo per non farlo. Ma la “ragazza dall’occhio nero” (la pistola) terrà fede alla promessa e metterà fine al tormento, tristemente non solo nella fantasia. Guido Morselli, il geniale autore di questo libro, si è suicidato sparandosi con la sua Browning  il 31 luglio 1973, solo pochi mesi prima aveva scritto “Dissipatio H.G.” (che fu pubblicato postumo nel 1977). 

Una lettura sicuramente consigliata, la scrittura è insieme scorrevole e sofisticata, offre innumerevoli spunti di riflessione, non solo sul piano del travaglio personale (del protagonista, dell'autore, del lettore) ma anche per gli squarci di critica della società, l’ecologismo, la politica, l’economia, l’industria culturale. Attuali benché si tratti un testo degli anni ’70. 

L'uso del soliloquio, il ritmo, mi ha ricordato per libera associazione “La caduta” di Camus e anche “Il biglietto che esplose” di Burroughs.

Dissipatio H.G è un libro che tocca e fa pensare. L’ho letto d’un fiato. So che lo rileggerò ancora. Ma prima devo staccare, lasciare sedimentare, fare sì che le associazioni libere facciano il loro lavoro, e sarà come leggere un libro nuovo. 

Ora mi ci vorrebbe una passeggiata immerso nella natura, poi in un altro momento: sigaretta, un bicchiere e musica, potrebbe andare bene Jim Morrison che nel 1966 declamava: 

This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
The end of our elaborate plans

 

[ Dissipatio H.G. / Guido Morselli / Adelphi ]


9 apr 2022

Divagazione

Juliette Lewis
nel ruolo di Faith Justin
Ancora una volta sono grato al gruppo del circolo dei lettori che mi ha dato l'opportunità di conoscere persone e libri interessanti. Inoltre è stata l'occasione per un giochino di associazioni mentali, "compitino" per il gruppo era immaginare un gruppo whatsapp tra personaggi letterari motivandone il legame. Le proposte sono state argute e divertenti, peccato che avendo la memoria di un pesce rosso non possa qui resocontarle. Mi limiterò pertanto al gruppo immaginato da me: 

Nome del gruppo:

  • "Letali attrattori"

Membri del gruppo:

  • Olga (Olga la rossa 1969 / Jan Wolkers), 
  • Fusako (Una stanza chiusa a chiave 1954 / Mishima Yukio); 
  • Berenice (Berenice 1836 / Edgard Allan Poe), 
  • Else (La signorina Else 1924 / Arthur Schnitzler). 
Olga rifiuta un uomo causandone l'ossessione per il sesso occasionale quale vano ristoro; Fusako è al contempo vittima e ispiratrice di seduzioni pedofile; Berenice induce a una follia che si tinge addirittura di necrofilia; Else è vittima di una proposta indecente che la porta al suicidio. 

Tutte queste donne esercitano un potere attrattivo inesorabile e dall'esito letale, loro malgrado, senza intenzione, per il solo fatto di essere appunto attraenti (in senso ampio). L'esito di tale prepotente magnetismo è sempre fatale, sugli uomini, ma anche verso sé stesse. 

Cosa mai potrebbero dirsi queste donne nella chat? Forse scambiarsi consigli musicali appropriati: 

  • Wicked Game (Chris Isaak 1990) che parla del presentimento di doversi sottrarre a un'attrazione potenzialmente letale; 
  • My Sharona (The Knack 1978) plateale dichiarazione d'amore per una groupie che lo rifiutava, il musicista usò il nome reale della ragazza eseguendo la canzone in tutti i concerti, incurante della imbarazzata presenza della moglie; 
  • My Heart Belongs to Daddy (Cole Porter 1938) che fa leva sulla differenza di età e pose da ninfetta; 
  • Tainted love (Gloria Jones 1965 / nella versione di Marilyn Manson 2001), amore corrotto; 
  • Que reste-t-il de nos amours ? (Charles Trenet 1942 / nella versione di Stacey Kent 2003), sulla malinconica incapacità di andare oltre un amore finito; 
  • Per Elisa (Alice 1981 - anche se in realtà parla di droga), appunto una dipendenza tossica; 
  • Mad About You (Hooverphonic 2000), il titolo dice tutto.

Per concludere: 

  • Almost Blue (Elvis Costello 1982 / nella versione di Chet Baker 1987), struggente e malinconica lirica.

La lista potrebbe continuare, sia sul piano letterario che musicale, e poi il cinema; tra le tante letali ammaliatrici segnalo la conturbante Faith Justin di Strange Days (1995 Bigelow/Cameron) interpretata da una giovane Juliette Lewis.

A ognuno di continuare la serie di associazioni mentali, e state in guardia!


4 apr 2022

Zona industriale

Eduard Limonov
(1943-2020)
Come la leggendaria Fenice: il nuovo inizio dopo la detenzione, ricomincia la giostra, e che giostra... 

Eduard Limonov è stato certamente un personaggio non convenzionale: poeta, scrittore, politico, detenuto, combattente, alcolista, bisessuale, donnaiolo. Una vita da romanzo costellata di esperienze basse e alte, nel libro "Zona industriale" l'autore si racconta, uscito di prigione sessantenne nel 2003, al suo ennesimo ricominciare, a Mosca, nella zona industriale di Syry. 

Può esserci qualcosa di ordinario nella vita di un uomo il cui pseudonimo Limonov fa riferimento alla “bomba a mano”? Evidentemente no. 

E infatti eccolo alle prese con il degrado della periferia, un'abitazione fatiscente e con la vasca da bagno  in cucina, bottiglie di alcolici che si svuotano inesorabilmente, la criminalità sotto casa, le guardie del corpo a proteggerlo dai funzionari dello Stato (sì perché Limonov è un attivista anti-Putin e il governo non va troppo per il sottile). 

Attivisti del partito nazionalbolscevico

Gli improbabili “amici” che gli fanno visita, le parentesi di lusso offerte da facoltosi sostenitori, le donne bellissime e spesso troppo giovani, un topo per animale domestico (per il quale scrive pagine di autentica commozione). E ancora l’attivismo politico per il partito da lui fondato  (i nazional-bolscevichi che con lui e Kasparov nel 2006-2007 sfidarono direttamente Putin); l’ammirazione per Bakunin, Stalin, Mishima, la banda Baader-Meinhof, Julius Evola, Lenin, i Sex Pistols. 

Non avvertite già il sopraggiungere di un terribile mal di testa? Ma non è finita, è soprattutto un brillante intellettuale, letterato, scrittore, poeta, critico letterario. Limonov è davvero esplosivo, come il nome che porta. 

Un romanzo non romanzo, anzi di più, come direbbero a Hollywood: è una storia vera! 

Lettura consigliatissima.


[ Zona industriale / Eduard Limonov / Sandro Teti Editore ]


3 apr 2022

Dissacrante oscenità

Pierre Louys
(1870-1925)
Siamo ai primi del secolo scorso, Parigi è la città del peccato e qui l’erudito poeta simbolista, vizioso e trasgressivo, Pierre Louys scrive una quantità di pagine calcando la mano sulle oscenità. 

Autore di tematiche libertine, oggetto di tale scandalo da ostacolarne la circolazione su entrambe le sponde dell’Atlantico, scrisse svariate opere tra cui “Afrodite” 1896, “La donna e il burattino” 1898, “Tre figlie di tanta madre” completato nel 1914 ma pubblicato postumo nel 1927 (e che a detta dell’autore si rifaceva alla sua reale esperienza di mènage à trois – ou à quatre, ma che certamente è piuttosto una rivisitazione esagerata, dando stura a una immaginazione viziosa e senza freni). 

Louys ebbe una vita movimentata, frequentazioni eccellenti (Gide, Wilde), e una serie di relazioni spericolate, mogli e amanti, compresa la cognata diciassettenne. Fondò anche una rivista letteraria che pubblicò tra gli altri Mallarmé, Verlaine, Valery, Gide. 

Un anno dopo la sua morte fu pubblicato nel 1926 il “Piccolo galateo erotico per fanciulle”. Si tratta di un testo dissacrante, la versione alternativa e oscena dei manuali di bon ton tanto in voga all’epoca, destinati alla formazione delle fanciulle che sarebbero dovute diventare angeli del focolare, madri e mogli,  capaci di stare al loro posto. Louys riprende lo schema dei manuali per educande, infarciti di compiti consigli e prescrizioni comportamentali per le più diverse situazioni in società, poi rovescia il punto di vista: dimenticate le piccole ingenue e pudiche educande, il galateo di Louys ha per destinatario una tipologia di fanciulle di tutt’altra fatta. La piccola minorenne a cui questo manuale snocciola consigli per la vita in società è un vero e proprio diavoletto, adusa ad ogni vizio e anche di più. Ha la sfrontatezza di Zazie, l’età di Lolita, il disincanto di Christiane F., l’impudicizia di una maîtresse di lungo corso, una totale assenza di senso del pudore e della misura, insomma il peccato carnale pour excellence. Una contro-educazione lasciva e senza tabù. 

La lettura può essere persino divertente a patto di estraniarsi dal lato oscuro, mostruoso, che  occhieggia tra le pagine. Già perché sebbene alcune parti del testo potrebbero benissimo adattarsi a figure trasgressive adulte, in realtà le protagoniste di queste sfrenate fantasie sono minorenni, peggio sono impuberi bambine. Louys era dunque un pedofilo? Di certo da adulto coltivava insane fantasie di cui riempiva pagine su pagine, e ben poco lo assolve la nota biografica richiamata nella postfazione, foss’anche solo fantasia siamo comunque nell’ambito del patologico

Un’ulteriore nota sinistra viene dalla considerazione del contesto in cui scrive Louys, infatti a conferma della diffusione della pedofilia, nell’aprile 1908 viene promulgata in Francia una legge a protezione delle prostitute minorenni, qualcosa di simile fu promulgato in Italia nello stesso anno. 

Soffermarsi sull’orrore della prostituzione minorile, tristemente ancora attuale, ci porterebbe lontano, per chi volesse approfondire questo tema consiglio vivamente il libro “I demoni dell'Eden. Il potere che protegge la pornografia infantile “ della messicana Lydia Cacho

Tornando al libro di Louys: stile, musicalità, irriverenza, trasgressione; consigliamo comunque la lettura, ma cum grano salis.


[ Piccolo galateo erotico per fanciulle / Pierre Louys / SE ]


26 mar 2022

Super classico

Natahaniel Hawthorne
(1804-1864)
La lettera scarlatta (pubblicato nel 1850) di Natahaniel Hawthorne, un grande classico della letteratura mondiale. Ringrazio un circolo di appassionati lettori che mi ha accolto nel gruppo e che mi ha offerto l’occasione di leggere questo libro che forse diversamente sarebbe rimasto nella lista dei libri che avrei “letto dopo”, forse mai, e sarebbe stato un peccato. 

La trama è nota ai più: una donna, Ester Prynne, colpevole di adulterio viene condannata a portare sul petto la lettera “A” rossa ricamata sul petto, quale segno imperituro della sua ignominia. La vicenda si apre con la giovane offerta al pubblico ludibrio sulla gogna, con in braccio la bambina, frutto meraviglioso della sua colpa. La comunità puritana della Boston del 1650, con il tempo (anni) derubricherà il giudizio sulla sventurata per il suo comportamento irreprensibile tenuto di lì in avanti. Intanto il padre della piccola si cela dietro la menzogna, divorato dal senso di colpa, mentre il marito tradito conduce una vendetta segreta e inesorabile. Il tragico epilogo in qualche modo sblocca la situazione, e con il tempo la vicenda della donna della lettera scarlatta si confonderà con rielaborazioni più o meno bonarie trasformandosi in una sorta di leggenda popolare. 

Il romanzo è preceduto da una pseudo-prefazione nella quale un alter ego dell’autore fornisce un esilarante ritratto della Dogana di Salem, popolata di funzionari indolenti e inefficienti, figli sperduti di un tempo che fu. Proprio il ritrovamento nella dogana di un panno con la lettera rossa ricamata e alcuni documenti, offre lo spunto per la ricostruzione della storia di Ester Prynne. L’irriverente ritratto della mediocrità dei funzionari della dogana che tante polemiche e critiche sortì ad Hawthorne, e che pure con spiritosa fermezza la ripropose immodificata nella seconda  edizione, è tutt’altro che una critica livorosa quanto piuttosto un atto d’amore per la sua Salem (la sua città natale), un pezzo d’America che scompariva lasciando di sé nostalgia e tenerezza per il tempo andato. 

Allo stesso modo anche il romanzo pur non lasciando né scampo né redenzione ai personaggi non è soltanto una critica dei costumi puritani, che pure vengono mostrati nella mostruosità dei loro effetti, e tanto più non è una storia pruriginosa né perbenista. Anche tra le tonalità cupe, quasi gotiche della vicenda il testo è commovente, si legge l'empatia per l'umana fragilità e fallacia, ed anche verso una comunità ingenua, superstiziosa, colpevolmente violenta, a suo modo anch'essa vittima di sé stessa, della propria ignoranza. 

Lettura consigliata, del resto non poteva essere altrimenti.

[ La lettera scarlatta / Natahaniel Hawthorne / Feltrinelli ]


24 mar 2022

Fantasmi della mente

Immaginate che d'un tratto si affollino intorno a voi dei curiosi personaggi del tutto incongrui (evanescenti,  mostruosi o altro), essi hanno un compito, una  missione, più precisamente questa missione siete voi. Li potete sentire, vedere, potete dialogarci, eppure sono del tutto impercepibili a tutti gli altri. Una situazione impossibile, ne siete consapevoli e tuttavia, come nei sogni, al tempo stesso questa è per voi assolutamente reale e pacifica, una nuova normalità. Tutto il vostro comportamento non potrà che adattarsi alla nuova situazione e agirete di conseguenza. 

La scena qui ipotizzata non è una fantasia letteraria bensì è esattamente ciò che è accaduto all'autrice di questo libro, testimonianza del suo confronto/scontro con la malattia: la schizofrenia. Un tuffo nei meandri della mente raccontati dall'altro lato del vetro dello specchio, non dagli spettatori (i sani) ma dal protagonista (il malato). 

Barbara O'Brien (pseudonimo sotto cui si cela l'ignoto testimone) rendiconta in questo libro la propria discesa all'infermo e come ne è tornata, riemergendo alla "normalità". La schizofrenia che l'ha colpita appartiene a una particolare variante che fortunatamente è guaribile. Dalla massima parte delle forme di schizofrenia non si guarisce mai. Nelle prime pagine del libro l'autrice annota  come la schizofrenia sia per lo più un mistero "nessuno sa cosa la provochi, nessuno sa come curarla", certo correva l'anno 1958 (prima pubblicazione) e nel frattempo la scienza ha fatto progressi, oggi la guarigione è potenzialmente alla portata del 30% dei malati, a patto che seguano le terapie. Tuttavia malgrado alcune ipotesi prevalenti rimane ancora incerta l'eziologia. Per fortuna sono state in gran parte superate prassi "terapeutiche" barbare e poco efficaci sfortunatamente di gran moda nel passato come ad esempio l'elettroshock e la lobotomia.

Il testo si rivela una lettura decisamente intrigante, come un romanzo. 

Consigliato

[ Operatori e cose / Barbara O'Brien / Adelphi ]


Il poeta greco da Alessandria d'Egitto

Konstantinos Kavafis
Benché sia nato e vissuto per la maggior parte della sua vita in Egitto, il poeta Konstantinos Kavafis (1863-1933), aveva genitori greci e scrisse le sue opere nella lingua degli antichi filosofi. 

Anticonformista problematico, omosessuale, segnato da un impulso all'autosegregazione e vergogna, la fama inizia dopo i quarant'anni e dopo la morte assurgerà al riconoscimento tra i più grandi poeti greci

Delle centocinquantaquattro poesie che compongono la sua produzione segnaliamo la pregevole traduzione italiana di una selezione di quaranta a cura di Guido Ceronetti

Le poesie di Kavafis sono carezzevoli, eleganti, insieme antiche e moderne, semplicemente meravigliose, in particolare segnalo “Aspettando i barbari” e “Perché tornino”. 

Buoni sogni! 

[ Un’ombra fuggitiva di piacere / Konstantinos Kavafis / a cura di Guido Ceronetti / Adelphi ]


Lolita

Vladimir Nabokov
(1899-1977)
Il capolavoro di Nabokov, "Lolita" pubblicato nel 1955, che tutti conoscono ma che in realtà probabilmente solo pochi hanno letto davvero, forse qualcuno in più ha visto uno degli adattamenti cinematografici. Ma di cosa parla Lolita? Certo lo sanno tutti è la storia di un pedofilo e della sua relazione proibita con una bimba impubere

Ma Lolita è sì la storia di un folle pervertito e della sua giovane vittima, ma è anche altro. 

La vicenda è nota ai più: il detenuto Humbert Humbert, ex professore con trascorsi psichiatrici, racconta e ricorda la sua relazione proibita, la manipolazione, gli atti impronunciabili, il forsennato viaggiare, mentire, nascondersi, fino all’epilogo che lo porterà alla detenzione. Ma il romanzo è anche altro, è un affresco dell’America, i grandi spazi, le piccole comunità, la superficialità, le convenzioni sociali, il baratro sociale e morale dietro l’apparenza dello stereotipo da pubblicità. 

L’urto con il delirio del protagonista è piuttosto forte, appena attenuato dall’escamotage della confessione di un condannato; sono padre di una bimba della stessa età della piccola Lolita e leggere queste pagine mi è costato una quota di disgusto. Tuttavia mano a mano che le pagine scorrono l’elemento “perturbante” per così dire lascia affiorare in trasparenza le sottotracce, un affresco d’America, vivente e nuda, tanto per la fotografia sociale quanto per quella naturalistica, quasi topografica, così diversa dalla vecchia Europa. 

L'uso del linguaggio è mirabile, un capolavoro di equilibrio, la narrazione scorre fluida articolando un linguaggio mai povero e sempre suggestivo. Insomma vera letteratura. Significativo a mio parere il fatto che Nabokov, emigrato negli USA, abbia scritto questo libro in inglese, abbandonando quindi per la prima volta il russo. Da questo punto di vista l’intera opera può intendersi anche come il misurarsi dell’autore con il nuovo mondo che lo accoglieva, così diverso, affascinante ma non privo di crepe. In questo senso l’uso del linguaggio è un elegante esercizio di stile che solo un eccezionale scrittore poteva condurre. I personaggi stessi descrivono in qualche modo uno scontro/incontro tra due culture, da un passato tormentato a una terra di possibilità, ma anche in piena luce si possono celare ombre tanto scure quanto la notte più buia. 

Il soggetto, ovvero la deriva delirante del protagonista, è il pretesto letterario, il punto di attenzione e al contempo di distrazione

Come tutti i veri capolavori, anche questo libro custodisce in sé mondi: una molteplicità di significati, rimandi, simboli, allegorie, tanto più amplificate dal personale confronto con ciascun lettore e il suo vissuto personale. 

Un gigante della letteratura, senza dubbio. 

[ Lolita / Nabokov / Adelphi ]


Bardo immortale, elisir quotidiano.

Il più grande di tutti i tempi: Shakespeare

Consigliare di leggere Shakespeare è quasi come consigliare di respirare, è totalmente ovvio, un bisogno naturale. Amleto, Macbeth, Romeo e Giulietta…. e molti altri. Certo il meglio è andare fruirne a teatro, recitato da bravi attori. Tuttavia un consiglio possiamo darlo: un libro che dispensa il bardo con una selezione di estratti quotidiani,  ciascuno dei quali ha un qualche legame con la data in questione, e che accompagnano il lettore per un intero anno. 

Un pretesto per ri-leggere e assaporare Shakespeare accompagnando il piacere della lettura con una ridda di aneddoti e curiosità in nota ai vari estratti. 

Una vera gourmandise per tutti i palati. 

Consigliatissimo.

[ Un anno con Shakespeare / a cura di Allie Esiri / Neri Pozza ]


24 gen 2022

Spaesamento e coazione al godimento

Mishima Yukio (1925-1970)
Il grande scrittore giapponese Mishima è forse tanto celebre per le sue opere letterarie (magnifiche) quanto per la tragica biografia (il suicidio rituale, stile samurai, in diretta TV). Tenuto conto del lato oscuro del letterato c'è un piccolo libro che offre più di una risonanza con il suo personale percorso di autodistruzione, si tratta del racconto "Una stanza chiusa a chiave" del 1954. 

Il breve scritto narra di un giovane impiegato che nel caos del disfacimento sociale ed economico del Giappone post bellico sviluppa una sempre più proibita attrazione per una bambina. Il tabù per eccellenza,  l'estrema trasgressione nell'edonistico Giappone post bellico, derubato e orfano di ogni altro sistema di valori, se non quello della coazione al godimento, e qui non può che risuonare il tema della jouissance di Lacan (ma questo ci porterebbe troppo oltre). 

-  Non dovrebbe essere necessario  e tuttavia meglio chiarire: Mishima non era pedofilo ma certamente sentiva di appartenere a un mondo che scompariva fino ad assumerne le estreme conseguenze -

La storia procede in un crescendo di orrore per il  rafforzarsi dell'ossessione pedofila, una lettura disturbante sicuramente, ma sempre retta dallo stile impeccabile di Mishima. 

Una caduta spirituale echeggiata dalla metafora dell'inflazione galoppante. Il grande altro pretende le sue vittime, l'indicibile avanza, ma proprio al termine per fortuna (soprattutto del lettore ormai rassegnato al disgusto) la vicenda effettua una diversione.

Una lettura adulta e consigliabile.

[ Una stanza chiusa a chiave / Mishima Yukio / SE ]

L'altro

Henry von Heiseler
(1875-1928)
Il racconto "L'altro", appena 36 pagine, scritto dal poeta russo Henry von Heiseler nel 1919 è un piccolo capolavoro. 

La storia procede come un giallo, un incontro casuale, un colpo di fulmine e voluttà (ed è affascinante come il linguaggio pudico di primi novecento evochi il piacere carnale pur non nominandolo mai), ma anche mistero, orrore e incubo. Già perché la presenza dell'altro, un ombra importuna - una presenza misteriosa, un fantasma - tramuta la gioia dell'amore totalizzante in sospetto e quindi in un incubo, anzi più propriamente un succubo

La follia fa la propria comparsa e prende progressivamente il controllo, facile fare associazioni mentali con i succubi del "Manoscritto ritrovato a Saragozza" (1805) di Jan Potocki e anche alla montante paranoia dell'"Horla" (1887) di Guy de Maupassant.

L'atmosfera è cupa ma non siamo nell'orizzonte del gotico classico, il ritmo cresce fino alla liberazione finale, in uno scambio di piani di realtà dove vissuti e deliri si confondono trovando fuga e ristoro nell'inevitabile passaggio all'altrove.

La storia è godibilissima a prescindere dalla conoscenza o meno dei molti rimandi autobiografici, tuttavia per chi volesse approfondire la ricca introduzione dell'edizione Sellerio disvela le connessioni con la biografia dell'autore, provato dall'esperienza della Grande Guerra, disilluso dalla rivoluzione bolscevica, esule in terra straniera. Di qui risulterà più comprensibile come il grande altro, il fantasma per il quale il protagonista della storia smarrisce la ragione altri non è che una manifestazione della sua solitudine disperata

Romantico, da leggere.

[ L'altro / Henry von Heiseler / Sellerio ] 


23 gen 2022

Deve essere pazza

Charly Cox
La copertina è chiara, tre parole ripetute otto volte su altrettante righe: deve essere pazza (nella versione originale: She must be Mad). Difficile non pensare al Jack Torrance che scrive ossessivamente "Il mattino ha l'oro in bocca" alla macchina per scrivere nel Overlook Hotel... quindi la curiosità è catturata, libro preso. 

Si tratta di una silloge di una giovanissima britannica (classe 1995), una ragazza come tante (forse giusto una sensibilità più pronunciata, e un disturbo bipolare...) che sfogava frustrazioni amorose e tormenti generazionali pubblicando poesie su Instagram, ma non è solo questo. 

Il libro, la sua opera prima, publicato nel 2018, è stato un successo tanto da fare di Charly Cox (questo il nome della giovane poetessa) una testimonial per la ricerca sulle malattie mentali e assurgere tra le prime venti power player da tenere d'occhio per il futuro (almeno secondo la rivista Elle), sicuramente è diventata un punto di riferimento per moltissime giovani che hanno letto le sue poesie.

Una lettura piacevole, non banale; pop ma non in senso squalificante, piuttosto nel significato di contemporaneità e di quotidianità condivisa da moltissimi giovani.

[ Deve essere pazza / Charly Cox / Harper Collins ] 


6 gen 2022

Un'altro mondo è possibile

Ingrid Seyman
Un romanzo breve, appena 184 pagine, è l'opera di esordio della giornalista e regista Ingrid Seyman. La storia di una famiglia francese fuori dagli schemi, portatrice delle promesse della rivoluzione del maggio '68: un mondo più giusto è possibile e dunque bando alle regole borghesi e all'omologazione perbenista e affarista.

Vietato vietare, l'unica regola, dunque naturismo domestico e in spiaggia, disdegno dei marchi di moda e rifiuto  delle convenzioni classiste. È in questa famiglia ultra progressista che la piccola protagonista combatte la propria battaglia per l'ordine e il decoro tradizionale, "La piccola conformista" (questo il titolo del romanzo) sogna i vestiti alla marinara e stringerà alleanze con il "nemico", i capitalisti destrorsi antisemiti. Lei di padre ebreo e madre atea finirà per battezzarsi in un impeto di assimilazione tra i conservatori.

Marsiglia

La storia procede dall'infanzia alla maturità della piccola protagonista che ne è la voce narrante, tra episodi comici e vari personaggi (i genitori, il fratello, i nonni, i vicini) che raccontano la Marsiglia multietnica, il trauma del rimpatrio dei "pieds-noirs" dall'Algeria, le contrapposizioni politiche, le speranze del '68 e l'inesorabile processo di imborghesimento  che ne seguì. 

Divertente e tragico insieme, come la vita. Sicuramente liberatoriamente anticonformista, fin dall'incipit: "Sono nata da una pecorina, con mia madre carponi su un tappeto in finta pelle di mucca."

Una boccata d'aria fresca che racchiude profondità. Lettura consigliatissima. 

[ La piccola conformista / Ingrid Seyma / Sellerio ]


11 dic 2021

Scacchiera compulsiva

La partita a scacchi come "serious game", come esercizio intellettuale, come metafora, come vera e propria ossessione, perché come si legge nel racconto "Non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, definendo gli scacchi “un gioco”?" 

Stefan Zweig
(1881-1942)
La splendida "Novella degli scacchi" di Stefan Zweig eccelle nell'incardinare al fascino della scacchiera allusioni e ossessioni, in un crescendo con finale fuori dal cliché. La storia in breve è una sfida a scacchi tra un giovane campione professionista e un tormentato "genio" della scacchiera dal passato doloroso. Un'ossessione compulsiva, una revanche destinata alla disfatta: la "vita" si gioca sulle 64 caselle nere e bianche, e mentre si svolge l'epica battaglia, balenano sempre più vicini gli echi oscuri della storia. 

Particolarmente suggestive le corrispondenze tra il protagonista del racconto e la biografia dell'autore, anch'egli esule, rifugiato in Brasile dall'Austria precipitata nel baratro della "più spaventosa sconfitta della ragione e al più selvaggio trionfo della brutalità", come l'autore scrisse in una lettera del novembre 1941. E' infatti a Petròpolis, nei pressi di Rio de Janeiro che Zweig scrive quest'ultimo racconto, ispiratogli dal suo tentativo di liberarsi delle depressione, in cui è caduto,  cimentandosi nel replicare celebri partite su una scacchiera che ha acquistato all'uopo. 

É l'8 gennaio 1944 quando inoltra il manoscritto finito a un amico scrittore e scacchista per avere un parere spassionato, Zweig tiene molto al racconto. Poco dopo, il 22 febbraio 1942, si suicida insieme alla giovane moglie assumendo del Veronal. Non è un gesto d'impeto ma un atto pianificato, il giorno prima ha inviato copie del manoscritto a suoi editori e traduttori. Al momento del commiato lascia una lettera datata il giorno stesso in cui constata "il mondo della mia lingua per me è andato perduto e la mia patria spirituale, l'Europa, si è autodistrutta", dichiara esaurite le forze e conclude con:"Saluto tutti i miei amici! Possano rivedere l'aurora, dopo la lunga notte! Io, troppo impaziente, li precedo."

Lettura consigliatissima.


Il tema della partita a scacchi si presta a molteplici narrazioni metaforiche e per questo è variamente utilizzata, dalla partita con la morte nel film " Il settimo sigillo" (1957) di Ingmar Bergman a quella giocata da Ron nel romanzo "Harry Potter e la Pietra Filosofale" (1997). A livello letterario abbondano riferimenti agli scacchi, trai miei preferiti segnalo "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò" (1871) di Lewis Carroll, il racconto "L'alfiere nero" (1867) di Arrigo Boito e il romanzo "La variante di Luneburg" (1993) di Paolo Mauresing. 


[ La novella degli scacchi / Stefan Zweig / SE ]


20 nov 2021

Honza: una beatnik a Praga

Jana Černá"Honza"
(1928-1981)

Era il 1951 quando Jana Černá consegnò il manoscritto "Clarissa a jiné texty" (Clarissa e altri testi) allo scrittore Ivo Vodseďálek per la pubblicazione, salvo cambiare idea solo pochi giorni dopo, arrivando persino alle minacce per farsi restituire il manoscritto e le prime copie già stampate (quattro in tutto...). Il materiale fu restituito ma Vodseďálek conservò una trascrizione che poi pubblicò ma solo nel 1990, quasi dieci anni dopo la morte dell'autrice.  

Il materiale di "Clarissa" scritto da Honza (il diminutivo usato dai suoi amici) comprende alcuni racconti e qualche breve testo in versi, una fantasia provocatoria, libera, femminista, anti-borghese, a tinte forti in perfetto stile beat; il titolo con cui è stato pubblicato in italiano nel 1992 e che riprende il primo verso di una delle poesie della raccolta, non lascia adito a dubbi: "In culo oggi no"

Honza ebbe una vita tormentata e non priva di ombre compresa una condanna per incuria verso i figli, i suoi amici (con cui componeva un circolo di intellettuali e artisti a Praga, tra cui lo scrittore Bohumil Hrabal e il filosofo Egon Bondy, il fotografo Vladimír Boudník) la descrivono come una donna intelligente, piena di humor, ma incapace di badare a sé stessa, sempre sospesa sulla miseria, una poetessa maudite. Sua madre, morta nel 1944 nel campo di concentramento di Ravensbrück, era Milena Jesenská, la celebre Milena di Kafka e anche se Jana non conobbe mai il celebre scrittore, morto nel  1924, quattro anni prima della sua nascita, ugualmente (come testimoniato dai suoi amici) si vedeva come "la figlia di Franz Kafka", il che rende ancora più suggestiva l'ombra tragica che avvolse la sua triste vita. Jana fu sfortunata ma non rassegnata, sicuramente emancipata e libera, anche se dovette combattere con la miseria e adattarsi ad ogni sorta di espediente per sopravvivere.

Praga

I testi di "Clarissa" sono spregiudicati, erotici, persino pornografici, liberi e scanzonati, di certo non lasciano indifferenti... come scrive la stessa Honza: "ho letto di nuovo quel che ho scritto e mi sono spaventata".

[ In culo oggi no / Jana Černá / edizioni e/o]


31 ott 2021

La pietra della follia - Benjamín Labatut

Benjamín Labatut

Il talentuoso scrittore cileno Benjamín Labatut accompagna il lettore in una riflessione sulla possibilità di afferrare la realtà, laddove la complessità (derivante dalla crescente massa di dati cui oggi abbiamo accesso) finisce per eludere ogni possibilità comprensione e conoscenza piena.


Uno stile letterario per una divagazione lucida tra scienza, politica, attualità e letteratura.


Il mondo è incubi e pericoli: terrori letterari, H. P. Lovecraft; orrori della storia, Pinochet; cospirazionismi e paranoie, P. Dick; complesso di persecuzione, blogger aspiranti scrittori; politici improvvidi, Jair Bolsonaro, Donald Trump, Boris Johnson.  


Il titolo stesso di questo scritto preannuncia il riferimento al celebre dipinto "Estrazione della pietra della follia" dell'olandese Hieronymus Bosch, una rappresentazione della stupidità (tanto dello stolto che si fa curare, quanto del cialtrone guaritore). Pur stigmatizzando l'ignoranza del cospirazionismo Labatut tuttavia problematizza la questione della conoscenza mostrando il limite della comprensione insito nella complessità. La scienza ci mostra infatti che anche piccolissime variazioni nei dati, possono provocare grandissime differenze nel determinare le previsioni. 

Siamo dunque condannati a che qualcosa ci sfugga sempre? Secondo l'autore del best seller "Quando abbiamo smesso di capire il mondo" (che inanella storie vere di scienziati che si sono confrontati con l'abisso della conoscenza) "il prezzo che paghiamo per la conoscenza è la perdita della nostra capacità di comprensione".


Il dipinto del 1494 di
Hieronymus Bosch (1453-1516)
Nell'abisso del caos delle sterminate moltitudini di informazioni la cui interconnessione e interdipendenza sfugge alla nostra capacità di comprensione (quindi di controllo e previsione) il limite tra reale e irreale si fa più prossimo, fino a confondersi, come in un racconto di H. P. Lovecraft o di P. Dick. L'incubo si mostra e ci guarda dall'abisso che si spalanca alla nostra impotenza. 

E dunque? abbandonarsi al delirio? al misticismo?

No, piuttosto restare vigili ma senza negare il limite cui siamo sospesi. Incubi e sogni sono soltanto l'esito della nostra tendenza, disperata e irrinunciabile, a "dare un senso al mondo". 

Una rivendicazione della necessità di mantenere aperti più punti di vista, come lo stesso Labatut ha affermato in una intervista: "La scienza e la letteratura sono due visioni necessarie del mondo, hanno bisogno l'una dell'altra, perché entrambe hanno dei punti ciechi." 


[ La pietra della follia / Benjamín Labatut / Adelphi ]


16 ott 2021

Batraci umanoidi giapponesi

Akutagawa Ryūnosuke
(1892-1927)
Un racconto meraviglioso, un capolavoro, si tratta del racconto "Kappa" scritto dal giapponese Akutagawa Ryūnosuke nel 1926, quasi un "Alice nel paese delle meraviglie": il protagonista insegue un Kappa (creatura leggendaria del folklore giapponese, sorta di umanoidi/tartarughe/rane abitanti di fiumi e stagni) fino a cadere in una fossa profonda per risvegliarsi nel mondo sotterraneo di queste creature, un mondo dove la società dei Kappa evoluta e complessa come quella giapponese si fonda però su un capovolgimento dei principi e dei valori. Questo rovesciamento è l'occasione (riuscitissima) per mostrare l'incongruità e le contraddizioni della società umana. Il protagonista però non è una bambina (che sa darsi ottimi consigli, ma poi seguirli...) bensì un uomo, e precisamente la storia è la sua testimonianza raccolta nel manicomio in cui è ricoverato, egli è il paziente n°23. 

un Kappa in un disegno
di Hokusai (1760-1849)



La società dei Kappa, la loro cultura, è illustrata dalle azioni di svariati personaggi: il poeta Tock (che si suicida), il musicista Craback, il filosofo Mag, il prete Lap, il capitalista Gael. Un capolavoro di satira dalla sfolgorante inventiva ma anche di riflessioni profonde sul senso delle cose. Nel testo si trovano una citazione di Basho e anche arguti riferimenti a Nietzsche, Tolstoj, Wagner, Strindberg, Kunikida, Baudelaire. Una domanda aleggia tra le righe nel finale, chi "vede" più chiaramente il folle n°23 o i presunti sani?

Akutagawa conosceva bene l'inglese e tradusse molte opere europee dalla versione inglese; pur  ottenendo consensi per la sua produzione, per tutta la vita fu tormentato da un disagio esistenziale (tra cui il timore di impazzire come la madre suicida quando era bambino) culminato con il suicidio, nel 1927 a soli 35 anni, con il Veronal (come "La signorina Else" di Schnitzler).

Il geniale scrittore è altrimenti noto per il racconto "Rashōmon" (1915) da cui è stato tratto l'omonimo e celeberrimo film di Akira Kurosawa. Tra i racconti raccomando la lettura  di “Gesù di Nanchino“ (1920), particolarmente poetico.

[ Kappa / Akutagawa Ryūnosuke / SE ]

[ Lucifero e altri racconti / Akutagawa Ryūnosuke / Lindau ]


10 ott 2021

Bibi-la-Bibiste

 Raymonde Linossier
In questo tardo pomeriggio di ottobre 2021 mentre il cielo imbruna, ho appena finito di leggere questo splendido libretto "Bibi-la-Bibiste" insieme a qualche nota sulla sua autrice Raymonde Linossier  (1897-1930). Si tratta di un libro peculiare, pubblicato il 7 febbraio 1918, "stampato su 14 facciate, compresa quella del titolo, quasi vuote"; il romanzo conta ben cinque capitoli, il più lungo di dodici righe. Un capolavoro, senz'altro. 

L'edizione italiana moderna (testo francese con traduzione e fronte) che ho trovato per caso tra i libri usati, oltre alle 5 pagine del romanzo conta più di 100 pagine (preziose) di appendici, documenti e qualche foto, in un paio di queste è ritratta anche Raymonde che sorride dal bianco-nero. Certo questa edizione non ha valore collezionistico come invece ne avrebbe una delle cinquanta copie originali, ma tanto basta per assaporare il profumo della carta e mentre il buio avanza fantastico della Parigi dei primi del '900, quella di Raymonde. Per rendere l'atmosfera più suggestiva ho deciso di ascoltare (forse per la prima volta) la musica di Satie, un amico di Raymonde: un brano e poi un altro, malinconici, quel che ci voleva per chiudere questa domenica d'autunno. 

Consiglio la lettura, è un ottima occasione per fare conoscenza dell'autrice, Raymonde Linossier, "la potasson più giovane al mondo". Difficile riassumere in poche righe una vita tanto breve quanto intensa: intellettuale, poliglotta, orientalista, autrice, fondatrice del "Bibisme" e alfiere dei "Potasson" (un gruppo di amici e scrittori alla ricerca della "bonheur de vivre"). Di lei conoscenti e amici testimoniano la gentilezza, la modestia, l'essere spiritosa. Tra le molte relazioni d'amicizia e professionali innumerevoli celebrità: Erik Satie (compositore e... segreto custode di ombrelli), James Joyce (per il quale tradusse un capitolo dell'Ulisse, e che l'autore omaggiò inserendone il nome nel capitolo su Circe), Ezra Pound (che  tentò di trovare un editore a Londra e New York per il geniale micro-romanzo), il compositore Francis Poulenc amico di una vita, Adrienne Monnier della libreria parigina "La maison des Amis des livres" (frequentata tra gli altri anche da Walter Benjamin) e molti altri.

[ Bibi-la-Bibiste / Raymonde Linossier / Stampa Alternativa ]


Insani gesti

Alesandra Carnaroli
Un libricino, breve e di formato minuto, niente immagine di copertina (è già un buon segno), finalmente leggere poesie, se ne sente il bisogno, come di questi esercizi macabri, un'enumerazione di tentati suicidi e altrettanti assassinii, 50 + 50 a fare numero tondo. 

Qual'è il senso? Perché, piuttosto che no?

Disperazione forse, traumi, desiderio di liberazione... la banalità del quotidiano che diventa furia omicida, autodistruttiva o fuga,  definitiva, termine della corsa. Ma non c'è tensione dinamica, non c'è slancio, nessuna ansia.  Piuttosto accettazione, un osservare, intravedere la possibilità, un prendere atto. Una rêverie lugubre (ma non sconfitta) che dice l'indicibile, l'inconfessabile, ammette la fatica, ascolta il bisogno e le fragilità. Di chi? dell'autore? del lettore? L'autrice si misura con i suoi tormenti, non senza tratti umoristici, immaginando, pianificando, mettendo in scena il superamento del limite, la fine propria o altrui (non è forse quasi lo stesso?). 

Un esorcismo (o desiderio) quasi compiaciuto. Una volta abbracciato, l'ineluttabile diventa libertà. Come per Kafka quando gli fu comunicato l'irreversibilità del suo male, libero finalmente dalla speranza come dalla preoccupazione. Non più tormentato dalla possibilità. 

Siamo oltre le intenzioni dell'autrice? e dunque sia, o non sarebbe poesia. 

Una lettura che tocca, divertentemente triste, liberatoria, dolorosamente piacevole. 

Banalmente: non banale, poetica.

[ 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti / Alesandra Carnaroli / Einaudi ]


Pulp a Cotonou

Florent Couao-Zotti

L'Africa contemporanea in un romanzo polar ambientato nella città di Cotonou in Benin, tra femme fatale, gangster dal grilletto facile, braccia che brandiscono minacciosi machete e poliziotti non così limpidi. Su tutto il caldo africano, le piogge improvvise, il caos degli zem (moto-taxi) che infestano il traffico come le mosche in un mercato troppo caldo. Lo spettro del primo mondo che fa dell'Africa il deposito dei propri scarti, il traffico di droga che attraversa i continenti e produce false promesse e nuove tragedie, la violenza che sobbolle esplodendo improvvisa come un temporale africano. 
Il romanzo dell'acclamato Florent Couao-Zotti si legge d'un fiato, con la stessa precipitazione dei protagonisti, sempre in corsa in una notta di morte e inseguimenti che non lascia il tempo di riflettere ma solo agire. 

Fanta face, Coca-Cola body


Un gustabilissimo pulp pervaso da un lessico suggestivo ed evocativo: le fanta-coca (le donne nere che sbiancano il volto che diventa giallo Fanta, lasciando il corpo colore Coca-Cola) retaggio di modelli distorti, importati e imposti; tutti in caccia dei chia (i soldi); gli yovo (i bianchi) che sono dei grotto (hanno il portafoglio pieno) e fanno gli ambiaceur (i viveur); le go (le ragazze) troppo spesso asheo (prostitute), i corpi velati nei pagne (pareo africano). 

L'intreccio è una corsa a perdifiato tra le von (strade) beninesi, una "tempesta perfetta" dove i problemi si susseguono senza tregua, quella che nel linguaggio locale si chiama una waxala.

Buona lettura!

[ Non sta al porco dire che l'ovile è sporco / Florent Couao-Zotti / 66thand2nd ]